giovedì 12 aprile 2007

Padre Luigi Ferlauto "Ognuno è qualcuno da Amare" Oasi di Troina - di Francesco Liotta e Giosuè Gullotta

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Pensavamo che il sogno fosse qualcosa di immaginario e irreale. Incontrando Padre Ferlauto e visitando l’Oasi della Maria Santissima ci siamo resi conto che il sogno si trasforma in realtà se supportato da intelligenza, caparbietà e……. specialmente Fede.
Da casa d'accoglienza per minorati e disabili a Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS). Ma il nome non è cambiato: Oasi di Troina, provincia di Enna, a 1.120 metri di quota e 70 km dal mare. La Casa è stata voluta nei primi anni Cinquanta da don Luigi Ferlauto per dare un ricovero e assistenza agli emarginati della società.
Chi è Padre Luigi Ferlauto?
Non è facile spiegare chi è Padre Ferlauto. Dovreste leggere il libro “Sono un prete che crede in Dio” in cui diventa chiaro che l’Opera altro non è che un atto di Fede e ne evidenzia il percorso spirituale. Nel libro “Il miracolo in Sicilia” si racconta come è stata possibile la realizzazione concreta di questo progetto. Nei due libri viene sottolineato che Dio non è un rifugio, ma un “socio” che vuole collaborare con noi in quello che è il progetto della nostra vita. Del progetto, noi siamo responsabili su questa terra: non siamo per caso su questa terra, se ci siamo è perché qualcuno lo ha voluto. Questo qualcuno non sono i nostri genitori, ma colui che ha programmato l’umanità. Se comprendiamo il ruolo a noi assegnato, avremo certamente le potenzialità per realizzarlo. Tutto ciò presuppone un rapporto con Dio, un rapporto societario con qualcuno in grado di guidarci. Così, da giovane prete di campagna, ho pensato che potevo essere il socio di minoranza in una società in cui veniva affidato il 51% a Dio, socio di maggioranza. L’operazione credo abbia funzionato: oggi diamo lavoro a circa 1000 persone. Il progetto potrebbe essere esportato in ognuno di noi e nella vita individuale di ogni uomo che decida di prendere Dio come socio di maggioranza per condividere con Lui il percorso stabilito per ciascuno di noi.
Come nasce “l’avventura” dell’OASI, quale è stata la scintilla?
Il mio desiderio era quello di creare un ricovero per minorati (allora così definiti). Il fatto singolare è che, quando decisi di fare quest’opera, non volevo che essa portasse il mio nome, ma non volevo neanche fosse un’Opera Pia, viste le prefetture così incombenti che non davano respiro, e non volevo neanche che fosse curiale al fine di evitare qualsiasi intoppo. Mi fu suggerito di formare una S.r.l. (Società a Responsabilità Limitata). Leggendo la bozza dello statuto, mi resi conto che riguardava prettamente una struttura commerciale, mentre io volevo fare un qualcosa al servizio dell’uomo. Cominciai a modificare lo statuto inserendo alcuni concetti chiave nei primissimi articoli: a) che l’Opera non avesse scopo di lucro; b) che i ricavati fossero interamente impiegati per lo sviluppo dell’opera stessa; c) che le quote di partecipazione non potessero essere trasferibili; sicuramente stavo stravolgendo il generico principio della società commerciale. Con mia sorpresa, il Tribunale omologò lo Statuto che – di fatto – nel lontanissimo 1953, era un prototipo di ciò che successivamente sarebbe stata definita Fondazione.
Perché la denominazione “Oasi di Maria Santissima”?
Perché mi piacque l’idea dell’”oasi” al centro di una terra così povera come la Sicilia. La dedicai alla Madonna perché potesse proteggerla nel tempo.
Dall’idea alla realizzazione. Quali i primi passi?
Necessitavo di qualcuno con una certa esperienza nel settore. Sapevo di un anziano prete pugliese, di Bisceglie, che già da tempo operava nel campo dei minorati. Rivolgendomi a lui, capii che sarebbe stato contento di consegnare a me la continuazione della propria opera, ma ciò non era nei miei piani. Io volevo creare qualcosa nella mia terra. La delusione mi fu letta in faccia da un anziano prete cui illustrai il mio progetto. Lui, con una dolcezza disarmante, aprì il vecchio portamonete di velluto rosso e mi consegnò 3 soldi, e mi disse: “ Anche Don Bosco iniziò con tre soldi, quindi non si scoraggi”: questo fu per me un segnale forte cui dovevo aggrapparmi per cominciare.
Altro segno fondamentale fu quello accadutomi qualche tempo dopo: il caso volle che il 1 febbraio del 1952, mi trovassi a Roma, in visita ad un amico che trovai ammalato. L’indomani lui doveva partecipare ad un incontro con il Santo Padre, e naturalmente era impossibilitato, quindi invitò me a prendere il suo posto. Non sapevo cosa fare, ma certo non volevo “perdere l’occasione” e così decisi di scrivere una lettera che portai con me.
All’udienza, rompendo il protocollo ufficiale, tirai fuori la lettera contenente il mio progetto, e la consegnai “brevi manu” a Papa Pio XII. Dopo qualche tempo ricevetti una lettera che plaudiva l’iniziativa e allegava un assegno di ben 500.000 lire, un’enormità per allora, tanto che bastò per pagare la prima rata della casa dove sorge l’OASI.
A distanza di anni capii l’importanza dell’evento: Cristo era in opera e si stava adoperando per la realizzazione del “nostro” progetto.
Quali le tappe e quali i traguardi?
Da sempre ci siamo mossi per tappe, non nei tempi miei ma in quelli di Dio, ed i traguardi sono quasi stati tutti raggiunti. Volevamo essere un centro specifico di ricerca nell’area cognitiva per i disabili mentali; nel 1974 siamo diventati unica Istituzione Sperimentale nell’arco della Scuola Materna, Elementare e Media; nel 1978 ci hanno autorizzato ad aprire scuole di Formazione Professionale; nel 1988 siamo diventati IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), il più alto riconoscimento a livello nazionale per strutture del settore; nel 1997 siamo diventati “Centro di Collaborazione” con l’Organizzazione Mondiale della Sanità; dal 2000 siamo membri della Administration International of Medicine, praticamente un cammino sempre in crescita.
Momenti difficili?
Certo che momenti difficili ve ne sono stati; ho anche dovuto frequentare aule di tribunale in diverse occasioni, accusato di truffa, dossier redatti sulla mia persona e sull’Opera, attacchi vari. Ma da queste esperienze ne sono sempre uscito spiritualmente rafforzato.
Mi hanno anche dedicato un romanzo, non esplicitamente, ma con riferimenti così precisi da non lasciare dubbi sull’intenzione dell’autore, in cui venivamo descritti come centro di smistamento di armi pesanti; vi lascio immaginare che subbuglio ha creato anche a Roma.
Quante volte mi sono rivolto al mio Socio di maggioranza chiedendogli di starmi vicino!!
Abbiano notato che, nonostante l’opera respiri sempre più un’aria di internazionalità, il concetto di territorialità della sua Sicilia è sempre presente, ritiene che il territorio in cui si è sviluppata la struttura sia stato un punto di forza o un problema aggiuntivo?
Un punto di forza, perché mi ha consentito a lavorare in piena autonomia, impossibile nei grandi centri a contatto con le grandi strutture. Un paese come Troina, che non mi poteva offrire grandi opportunità, ha fatto sì che dovessi cercarmi dei “ponteggi” e creare dei punti di riferimento.
Però, quello che era inizialmente un handicap, a poco a poco mi ha dato lo stimolo ad essere autonomo e mi “ha costretto” a creare un Policlinico completo, dove il paziente potesse essere studiato nella sua globalità, senza costringere se stesso e i propri familiari ad essere sballottati da un Istituto ad un altro.
La medicina “ufficiale” come si pone nei confronti dell’OASI?
Un fatto curioso nella nostra terra siciliana è la mancanza di informazione da parte della Regione che, attraverso le Asl con i propri centri psico-pedagogici, dovrebbe far conoscere l’Opera. Invece, ci siamo trovati molti genitori che hanno affermato di essere stati in centri specializzati del Nord Italia, ma che gli stessi operatori li hanno informati di una struttura qualitativamente eccezionale in Sicilia e pertanto sottolineavano l’inutilità del loro “spostamento”.
Ma adesso pare che qualcosa si muova. Ho proposto alla stessa Regione di creare dei centri satellite, lasciando all’OASI il compito della Ricerca e della Diagnosi con lo studio del caso, della redazione del protocollo, ma spostando su questi siti periferici, ad esempio provinciali, la riabilitazione, favorendo in questo modo la conservazione dei risultati ottenuti, rendendo la vita al paziente molto più agevole.
Se poi questi satelliti venissero legati tra loro tramite delle postazioni informatiche, con la possibilità di scambio di informazioni in tempo reale, si creerebbe, a livello regionale, una rete molto importante, che nel momento in cui fosse testata, potrebbe essere impiegata anche per altri settori della medicina. Anche in questo caso, come potete vedere, siamo sempre in cammino per completare l’Opera.
Può spiegarci meglio il suo concetto di “città aperta”?
In Italia i tentativi di inserimento del disabile nel sociale hanno sempre riscontrato problematiche di difficile soluzione, basti pensare ai disabili nel mondo della scuola, ma anche agli Istituti che, “tradizionalmente” curano gli stessi per un periodo ben definito, delegando successivamente alla famiglia il ruolo di “accoglienza” e limitando i periodi di riabilitazione nelle strutture preposte. Per questo, molto spesso si perdono gli sviluppi fatti dalla persona disabile frenando la possibilità di “integrazione nel mondo esterno”.
Invece, la mia idea di partenza era quella di dimostrare che, se il disabile è messo al posto giusto e con la propria capacità, può creare un modo nuovo di integrazione. In questo spirito, per esempio, è nata una cooperativa (composta da disabili e normodotati) che si occupa del giardino dell’Oasi, rendendo queste persone, non pazienti ma protagonisti della loro vita.
Abbiamo voluto realizzare una “città aperta” dove il sano e l’abile convivano, dove la diversità scompaia, dove tutti camminino verso una stessa direzione, regni la condivisione, dove ognuno sia una persona da amare. Una struttura a misura d’uomo, senza barriere strutturali, ma soprattutto senza barriere psicologiche e sociali.
Tv satellitare, Casa Editrice, tipografia, Internet: che ruolo ha la comunicazione nella sua Opera?
Io credo molto nella comunicazione, infatti, credo che il futuro dell’Umanità si basi su un nuovo modello di vita, dove tutti, come dicevamo prima, possano vivere in una città, senza paura dell’altro, una “città aperta”. Questo presuppone un cambiamento della stessa visione della vita, per questo stiamo creando l’Università del “Cambiamento” diretta a preparare gli operatori che dovranno gestire il cambiamento e creare la comunicazione del “Positivo”, perché il mondo ha bisogno di messaggi positivi, e la televisione ha proprio il compito di diffondere tutto ciò.
Ma abbiamo anche la nostra casa editrice, un centro tipografico e, da poco, anche una rotativa che spero in futuro possa essere impiegata per un giornale quotidiano del Positivo, con il compito anch’esso di raccogliere e diffondere tutto il positivo che c’è nel mondo.
La Politica, strumento agro-dolce per raggiungere i risultati sperati, quale è la visione della “politica” per Padre Ferlauto?
L’OASI non fa politica, l’OASI è Politica; è un progetto sempre in avanzamento, ed essa parla attraverso le opere, evidenziando quale è il cammino che si deve intraprendere.
Naturalmente da parte di molti uomini politici ciò non è vissuto come fatto – per loro - positivo in quanto la struttura mantiene la propria massima autonomia, ma sono convinto che la libertà non ha prezzo e non bisogna mai scendere a compromessi.
Pertanto questo atteggiamento, se da una parte diventa la forza dell’OASI, da altri viene vissuto come un avversario; devo dire, però, che in questi ultimi tempi vi è stato un certo cambiamento, per esempio la proposta dei Centri Satellite è stata accolta dalla giunta di Governo (riunita per l’occasione a Troina) in maniera alquanto favorevole.
Forse si comincia a capire che l’OASI è una realtà “no profit”, ecclesiale, ed ha raggiunto livelli altissimi grazie alla propria gestione e seguendo il proprio Spirito. Nonostante non sia una struttura pubblica agisce come se lo fosse, perché lo Stato ha bisogno e pertanto si convenziona con noi e, se il rapporto si sviluppa in maniera concreta, la Regione Sicilia potrebbe avvantaggiarsene nella propria organizzazione sanitaria e l’OASI potrebbe essere un’esperienza, con un vissuto diverso rispetto alla generalità dei casi, dove con poco si può fare molto.
Da un’intervista al Corriere Salute si cita “Come è riuscito un prete di campagna a realizzare tanto? Non è stata la provvidenza — risponde chiaramente don Luigi, ma la generosità della gente siciliana, una generosità che non compare sulle colonne dei giornali”. Può spiegarci il senso di tale risposta?
La citazione non è molto esatta, in quanto è la Provvidenza che si serve degli uomini, ed è anche vero che sono gli uomini che hanno reso possibile il Progetto; infatti, fin da quando iniziai, il dirigente della ditta che aveva costruito la diga di Ancipa, anche se incredulo che potessi farcela in un territorio come quello di Troina, oltre che donarmi il materiale rimanente dal cantiere della diga, mi regalò 200.000 lire, che furono provvidenziali per costruire un altro tassello.
Non posso dimenticare l’aiuto dei miei collaboratori volontari e la gente che mi portava di tutto, dal cibo alle vettovaglie: era una comunità che si apriva, ma senza che io facessi mai una questua.
Da cinquanta anni fa ad oggi, lo sviluppo sociale e di presenza nel mondo della solidarietà, a 360’ gradi, è sotto gli occhi di tutti, ma dove vuole arrivare Padre Ferlauto? Cioè vi è ancora qualche progetto non ancora concretizzato, ma a cui il Padre desidera arrivare?
Un grande Policlinico al servizio dei disabili in ogni nazione, e soprattutto la “città aperta” in ogni continente perché possa crescere e germogliare il seme della Condivisione e possa essere profusa in tutte le case la cultura del Positivo: questo sarebbe il compimento dell’Opera, la chiusura del cerchio del grande nostro “Progetto Unitario” che Dio ha guidato passo passo, anche attraverso le difficoltà.
Sono convinto che le difficoltà, comunque, sono positive perché ti aiutano a capire quali sono le cose importanti oltre che ad evitare sbagli ancora più gravi. In fondo le difficoltà sono la Pedagogia di Dio, perché nulla avviene per caso e con esse impariamo a leggere gli eventi che ci accadono. Però non bisogna dimenticare mai che accettare Dio per socio significa avere la possibilità del suo potere nelle proprie mani “Se avrete fede in me farete le cose che Io compio e farete le cose più grandi”.
Semplicemente accenno alle opere già in cantiere attorno all’OASI: il Palazzo della Comunicazione, l’Università del Cambiamento e la Torre del Dialogo, una grande costruzione di 25 piani di 1000 m2 ciascuno rappresentante un Cristo Risorto che tiene nelle sue mani la Chiesa.

Un incontro affascinante, una persona davvero fuori dal comune che riesce a trasmetterTi entusiasmo e ….Fede. Grazie Padre Ferlauto, non solo per quello che ci ha raccontato, ma – specialmente – per quello che ci ha trasmesso e per quello che ha costruito per il nostro territorio. Se più uomini avessero la stessa intelligenza , caparbietà e ….Fede, probabilmente le sorti della nostra Sicilia sarebbero totalmente diverse.



A cura di Francesco Liotta e Giosuè Gullotta